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NELLA MEDICINA GENERALE ESISTE UN PATTO O UN CONFLITTO GENERAZIONALE?

Dal sindacato l’ennesima proposta che svaluta la formazione specifica in Medicina Generale e il futuro stesso della medicina del territorio; richiamo all’unità e alla responsabilità per i singoli colleghi iscritti ai CFSMG e per tutti i gruppi organizzati che hanno a cuore le richieste dei giovani medici: aumento dei posti di formazione post laurea con predilezione dei profili generalisti e innalzamento della qualità formativa attraverso l’istituzione di una Scuola di Specializzazione in Medicina Generale e Cure Primarie.

Il Dipartimento Medicina Generale (SIMeG) dell'Associazione Italiana Giovani Medici esprime profonda preoccupazione per le dichiarazioni riportate dai media in merito alle parole, pronunciate in Commissione Igiene e  Sanità dai vertici del sindacato FIMMG, relative alla possibilità di ampliare le condizioni che permettono l’accesso in soprannumero ai Corsi di Formazione Specifica in Medicina Generale.

Apprendiamo, infatti, che la FIMMG avrebbe proposto: “di consentire l’accesso ad incarichi a tempo indeterminato di Emergenza urgenza territoriale e di Medicina Penitenziaria senza il diploma di medicina generale, ma con corsi di formazione ad hoc come di fatto già avviene per l’Emergenza 118, consentendo agli stessi dopo un certo numero di anni di servizio di accedere come soprannumerari (senza borsa di studio) al corso di formazione specifica”.

Riteniamo preoccupante la proposta di ampliare il ventaglio di condizioni che permettono l’accesso in soprannumero ai CFSMG. È ormai noto come, a causa di un’interpretazione eccessivamente ampia del diritto acquisito, l’accesso di un gran numero di persone in soprannumero ai CFSMG abbia di fatto rappresentato un problema in molti corsi, riconosciuto trasversalmente come un problema da risolvere, anche dallo stesso sindacato che ora ripropone il ricorso al soprannumero.

La nostra Associazione da tempo sostiene la necessità di revisione del diritto acquisito, sia per quanto concerne l’accesso alla formazione che per l’esercizio della professione di medico di medicina generale. Riteniamo pertanto che la proposta avanzata da FIMMG svaluti ulteriormente la formazione specifica in medicina generale, aggiungendo un’ulteriore eccezione negativa a un percorso di formazione già strutturalmente e qualitativamente penalizzato rispetto agli altri percorsi di formazione specialistica.

Crediamo inoltre riduttivo attribuire alla sola dimensione retributiva la carenza di vocazioni per intraprendere il percorso della formazione specifica in medicina generale. Pesa a tal proposito, oltre a una disparità notevole nei diritti e nella retribuzione rispetto ai colleghi specializzandi, anche la coscienza, diffusa tra i giovani medici in attesa di intraprendere una formazione post-laurea, di un’ampia variabilità della qualità degli attuali CFSMG. A ciò si aggiunge una scarsa o nulla conoscenza della medicina del territorio tra i neolaureati, causata dalla lontananza della medicina generale dal mondo accademico e quindi di una pressoché ubiquitaria assenza dell’insegnamento della medicina generale e delle cure primarie nei corsi di laurea in medicina e chirurgia.

Come più volte ribadito dalla nostra Associazione, riteniamo che non sia più accettabile considerare la formazione in medicina generale un’eccezione al ribasso nel panorama nazionale della formazione post-laurea e sia urgente e non più differibile l’evoluzione e la valorizzazione della formazione specifica in Medicina Generale mediante l’istituzione di una Scuola di Specializzazione in Medicina Generale e Cure Primarie che metta insieme il meglio delle esperienze dei corsi regionali e l’Università. Una richiesta storicamente  avanzata dalla nostra associata, più volte ripresentata, non ultimo nel sostegno alla proposta avanzata dalle Regioni nella discussione interna all’art. 22 del Patto per la Salute di evoluzione accademica del percorso di formazione dei futuri medici di medicina generale, fortemente avversato dalla quasi totalità del mondo sindacale.

Sosteniamo, per tanti motivi, che è quanto mai necessario e urgente uno sforzo ulteriore per aumentare l’accesso alla formazione post-laurea dei neolaureati mediante un maggior finanziamento dei contratti e borse di formazione post-laurea e una loro ridistribuzione da fare alla luce di una reale programmazione basata sui bisogni di salute e sul dato epidemiologico piuttosto che sul mero dato storico. In questo momento storico, in cui il nostro SSN e la nostra sanità hanno bisogno di spostare il baricentro dei servizi sanitari dall’ospedale al territorio,  è necessario inoltre garantire l’accesso a una formazione di qualità, imperniata sui binari di una specializzazione, a un maggior numero di medici generalisti capaci di essere i leader della assistenza socio-sanitaria primaria. Soluzione che già altri sistemi sanitari evoluti in Europa (cfr. Francia) hanno messo in pratica da tempo.

Crediamo sia utile per chi legge, familiarizzare con l’ordine di grandezza delle cifre destinate alla formazione. Per quanto riguarda la medicina generale vengono finanziati annualmente (per i corsi dei tre trienni attivi) poco meno di 39 milioni € di cui circa i 4/5 servono al finanziamento delle borse e 1/5 all’organizzazione del corso. È estate, le prime pagine dei giornali sono occupate dal calciomercato e leggiamo che cifre ben maggiori sono spese nello sport business.

Ci chiediamo allora se la formazione dei medici di medicina generale che dovranno essere uno dei pilastri dell’assistenza socio-sanitaria primaria, da tutti indicata come un elemento fondamentale e irrinunciabile per garantire un SSN universale, equo, accessibile e di qualità non meriti di essere considerato un argomento di importanza strategica per il mantenimento del nostro sistema di sicurezza sociale e meritare pertanto un maggiore finanziamento. Lo stesso dicasi per il finanziamento dei contratti delle Scuole di Specializzazione, da effettuarsi non sul dato storico bensì su una pianificazione quali-quantitativa che tenga conto di tutti gli scenari epidemiologici e organizzativi.

Ci chiediamo inoltre: se i sindacati lottassero con la stessa energia con cui si battono per difendere il convenzionamento della medicina generale o per impedire l’evoluzione del CFSMG in percorso accademico, potrebbero indurre il Governo a investire maggiormente nella formazione? Parliamo di cifre elevate ma che rappresentano un investimento certo per la collettività se indirizzate alla formazione dei giovani professionisti della sanità, bene primario di tutti i cittadini e uno degli asset più produttivi del Paese al netto degli scarsi investimenti in ricerca e innovazione.

Tutto ciò è imprescindibile per il futuro del SSN e per valorizzare un patrimonio di risorse umane rappresentato da migliaia di giovani neolaureati, al momento “parcheggiati” in un limbo non più accettabile.

Ci chiediamo se la proposta di ampliare l’accesso in soprannumero non rientri in realtà nella difesa di diritti e privilegi della generazione più matura degli attuali medici di medicina generale, spesso massimalisti e prossimi alla pensione, a scapito delle generazioni più giovani e dello sviluppo in Italia di una moderna assistenza socio-sanitaria primaria. Avevamo già fatto tale osservazione in merito all’Atto di indirizzo della medicina convenzionata, ben accolto dal mondo sindacale che ora propone le alternative (per altro senza borsa) per l’accesso alla FSMG, osservazioni che rimangono tuttora valide nonostante la battuta di arresto delle discussioni sull’ACN. Alla luce di tali considerazioni leggiamo la proposta di ulteriori accessi in soprannumero come la necessità del mondo sindacale di garantire un adeguato turnover per permettere i pensionamenti e non finalizzata a garantire l’accesso alla formazione delle giovani generazioni. Necessità quest’ultima che condividiamo e che chiediamo venga risolta con proposte concrete, coraggiose e innovative.

Esiste un innegabile conflitto generazionale all’interno della medicina generale. Ci domandiamo come possano essere garantiti in modo concreto gli interessi delle nuove generazioni se la loro rappresentanza venga costantemente delegata a sindacati che tutelano gli interessi delle generazioni più mature, sulla scorta di un fantomatico patto generazionale che ha valore solo finché gli interessi delle nuove generazioni non confliggono con quelli delle vecchie, il che avviene molto di frequente.

Rileviamo come esista un’enorme frammentazione nell’ambito del mondo giovanile della medicina generale, frutto di continue gemmazioni di sezioni giovanili di realtà “senior”, che contribuisce a mantenere sempre debole la vera voce dei giovani medici e a perpetrare le divisioni basate su conflitti che appartengono alle vecchie generazioni e non alle nuove.

Concludiamo facendo appello alle rappresentanze tutte dei giovani medici di medicina generale, affinché si abbassi il livello di conflittualità e si dia il via a un dialogo tra pari che permetta di dar voce ai veri interessi delle nuove generazioni nonché di condividere progetti e battaglie per disegnare il futuro della Professione senza delegarlo ad altri che vivranno quel futuro nella tranquillità delle proprie pensioni.

Dipartimento Medicina Generale SIMeG

Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM)

 

Governo, ENPAM e ATLANTE 2: il pensiero dei giovani medici

Richiesta di chiarimento al Governo: "La promessa era che i cittadini non avrebbero pagato gli errori delle banche. Da quando i medici e tutti i professionisti coinvolti in questa vicenda hanno perso lo status di cittadini? ENPAM, come le altre casse previdenziali private, ha finalità pubblica, si preoccupi di previdenza e assistenza dando pieno valore al suo ruolo!" Ogni richiesta alternativa di modifica dello status che segua la scelta di finanziare il Fondo Atlante 2 può essere pericolosa per il futuro previdenziale dei giovani medici.

L’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) esprime preoccupazione per la scelta di ENPAM di investire 100 milioni di euro nel fondo Atlante 2 ed è tutta da chiarire la compatibilità di tale azione con i profili di rischio nella gestione dei soldi versati per garantire un futuro previdenziale alla classe medica. A detta degli esperti si tratta di un investimento troppo rischioso: denaro derivante dai contributi previdenziali della classe medica che verrà investito in un'operazione finanziaria finalizzata al recupero di crediti inesigibili del Monte dei Paschi di Siena. Da contribuenti e da Associazione che esprime la rappresentanza dei contribuenti unici in quota A in Assemblea Nazionale ci chiediamo il perché di questa scelta. Abbiamo letto dalla stampa che le motivazioni di ENPAM sarebbero da ricondurre a un supporto dato dall’Ente, al pari di altre casse previdenziali private, al sistema Paese al fine di “preservare l’economia nella quale operano i professionisti iscritti”.

Ebbene, per quanto riguarda le giovani generazioni di professionisti iscritti è ancora più difficile comprendere questo scenario poiché la compartecipazione al flusso in entrata di Fondazione ENPAM dei giovani resta elevata in un momento storico dove c’è chi paga contributi previdenziali senza avere acceso e/stabilità nel mondo del lavoro! Basti pensare alle aliquote di quota B oppure al peso della Quota A per neolaureati e medici in formazione. Tenendo presente l’incertezza con la quale i giovani guardano alla stabilità del sistema di welfare nazionale, sapere che questo investimento servirà a pagare il recupero crediti di MPS può essere considerata la beffa oltre il danno!

Proprio per prevenire tali situazioni nel recente passato era stato previsto un decreto interministeriale di Ministero dell’Economia e delle Finanze e Ministero del Lavoro che avrebbe dovuto fissare i parametri e i limiti di investimento nelle diverse asset class ma non è mai arrivato al traguardo della «Gazzetta Ufficiale».

" Se è vero che mancano i regolamenti – sostengono i Giovani Medici SIGM – nulla vieta di usare il buon senso e soprattutto dare un segnale concreto ai giovani che non sia quello di utilizzare per investimenti rischiosi i contributi versati. Fermo restando che una regolamentazione centrale è necessaria quanto urgente, anche perché l’eccezionalità di questa richiesta del Governo non diventi nel prossimo futuro una pericolosa consuetudine".

In ciò le contro richieste di ENPAM al Governo, sintetizzabili in libertà di investimento e riconoscimento della natura privata dell'ente, vanno esattamente in direzione opposta alla mission primaria dell'Ente Nazionale Assistenza e Previdenza Medici. Il SIGM pertanto chiede a ENPAM di tornare a focalizzarsi sugli asset dell’assistenza e previdenza con una maggiore attenzione al mondo dei giovani, dando con ciò pieno valore al suo ruolo di ente privato con finalità pubblica realmente votato alla stewardship all'interno della classe medica.

 

MIUR riveda organizzazione di un concorso nazionale che resta un valore non negoziabile da preservare.

Dopo due anni le soluzioni (non ascoltate) restano le stesse: sede unica/sedi macro-regionali, graduatoria unica nazionale e più risorse alla formazione.

Care Colleghe e cari Colleghi,

con la conclusione delle quattro giornate di selezione per l’accesso alle scuole di specializzazione di medicina è il momento di fare un punto di analisi strutturata della situazione grazie al supporto dai tantissimi input e dalle segnalazioni che ci avete fatto pervenire in queste giornate (che vi invitiamo sempre a indirizzare sia ai contatti ufficiali del MIUR sia agli indirizzi in calce).

In particolare, nonostante nella maggior parte delle aule il concorso sia stato svolto nella correttezza e nella piena osservanza delle indicazioni ministeriali, abbiamo appreso dalle testimonianze dei colleghi di come l’aver trascurato da parte del MIUR le nostre osservazioni (le ultime, ripetutamente inviate, per migliorare specificatamente questo concorso senza causare ritardi e impostare il lavoro per modificare la struttura dei prossimi) ha portato all’emergere delle criticità che continuiamo a rappresentare e prefigurare ormai da ben due anni assieme al Comitato Nazionale Aspiranti Specializzandi (CNAS) sulla base dei dati raccolti dalla consultazione pubblica.

È palese che è ormai necessario un aggiornamento del concorso nazionale, in primis per risolvere la criticità rappresentata dal numero eccessivo di sedi concorsuali (ben 449, addirittura superiori all’edizione dello scorso anno) che, come preannunciato, sembra aver causato una eterogeneità nei controlli e nella sorveglianza!

Appare dunque indispensabile che il MIUR garantisca per i concorsi dei prossimi anni un’impostazione simile a quella dei concorsi di altre categorie professionali (es. notai) con una singola aula capace di accogliere tutti i candidati (es. Rho Fiera Milano, Nuova Fiera di Roma, Fiera di Oltremare Napoli) ovvero, in alternativa, poche gradi sedi macro-regionali gestibili da consorzi inter-universitari (con un numero complessivo nazionale inferiore a 10) al fine di prevenire ed evitare le irregolarità che potenzialmente una parcellizzazione rende possibili e che difatti molti colleghi hanno segnalato quest’anno (con particolare riferimento al crearsi di gruppi di collaborazione in alcune aule).

Altro “aggiornamento” da fare a questa macchina in movimento è sicuramente il passaggio a una graduatoria unica nazionale (che selezioni attraverso un test di carattere generale uguale per tutti) sulla base della quale i candidati risultati idonei possano scegliere liberamente fra le scuole e le sedi rimaste disponibili nell’ordine dettato dalla loro posizione, soluzione che abbiamo da sempre identificato come naturale obiettivo cui tendere.

Guardando ad alcuni timori riferiti al post concorso, oggetto di ampia discussione tra gli aspiranti specializzandi sono i criteri con la quale verranno distribuiti nelle sedi aggregate i vincitori. Difatti, il timore più grande è che a questo riguardo viga ancora la discrezionalità della direzione della scuola, un criterio che contrasta completamente con gli ideali che hanno portato alla nascita del concorso nazionale. In realtà nei mesi scorsi abbiamo lavorato con le istituzioni per sollevare questo tema e una risposta è arrivata dall’Osservatorio Nazionale sulla Formazione Medica Specialistica (ONFMS) con la necessità a questo punto di una reale e sistematica implementazione dei criteri di rotazione, così come stabilito dall’Osservatorio Nazionale.

Resta poi necessario che le Università si attrezzino per garantire dei corsi di preparazione al concorso post laurea, poiché al netto di una buona preparazione di base acquisibile negli anni di studio, è necessaria una preparazione ad hoc per allenare la capacità di risposta sui quiz evitando di delegare tale compito al proliferare di iniziative private assolutamente non controllate a livello qualitativo dal MIUR e il cui costo grava sui singoli concorrenti.

In definitiva è evidente la perfettibilità del concorso che, con i limiti rilevati, presta il fianco a dure critiche ma invitiamo tutti i colleghi a ricordare come il concorso nazionale resti un valore imprescindibile nato sull’onda di una situazione non più sostenibile che aveva reso le vecchie modalità di selezione locale vincolate a logiche totalmente estranee a criteri di merito e trasparenza.

Facciamo pertanto pubblico appello a tutti i concorrenti del concorso nazionale 2016 a fare fronte comune per richiedere l’attuazione immediata dei correttivi necessari (SCARICA FILE) aderendo a iniziative di manifestazione che proporremo nei prossimi mesi per rilanciare un concorso nazionale che rischia di rimanere impantanato in burocrazia e mediocrità e che, invece, con pochi accorgimenti potrà realmente diventare uno strumento importante per la selezione e formazione dei giovani medici della sanità italiana.

Nel frattempo, per ogni evenienza vi invitiamo a monitorare il sito universitaly nei prossimi giorni e facciamo un grande in bocca al lupo a tutti i colleghi concorrenti e li invitiamo ad attendere la prossima pubblicazione delle graduatorie di merito previste per l’11 agosto.

Per segnalazioni, dubbi, proposte vi invitiamo a contattare via e-mail gli indirizzi:

 

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PERCORSO SPECIALISTICO PER LA FORMAZIONE SPECIFICA IN MEDICINA GENERALE. DIFFUSI TIMORI INFONDATI TRA I CORSISTI E I GIOVANI MEDICI DI MEDICINA GENERALE PER CREARE MOVIMENTO DI OPINIONE CONTRO IL CAMBIAMENTO. FACCIAMO CHIAREZZA.

Assistiamo negli ultimi giorni al diffondersi sul web di notizie allarmanti sulle conseguenze dell’evoluzione in percorso specialistico della formazione specifica in medicina generale, sostenute per giunta da vari esponenti del mondo sindacale. Tale allarmismo è stato motivato, oltre che con il tema “evergreen” dell’equipollenze, con una lettura approssimativa della proposta di bozza del nuovo ACN proposta dalla Sisac, arrivando ad ipotizzare scenari complottistici finalizzati a fare della medicina generale una valvola di sfogo occupazionale per i medici specialistici.

Riteniamo pertanto utile e corretto nei confronti dei colleghi cercare di chiarire le incertezze createsi in questi giorni, raccogliendo e dando risposta ai più frequenti timori alimentati in questi giorni e fornendo, nell’esposizione, i riferimenti normativi in modo tale che tutti possano verificare personalmente quanto detto.

 

L’evoluzione a percorso specialistico della formazione specifica in medicina generale aprirà all’ “invasione della medicina generale”?

Ricordiamo che l’Italia è uno dei pochissimi Paesi Europei dove la formazione specifica in medicina generale non è considerata una specializzazione, senza per questo assistere nel resto d’Europa alla tanto temuta “invasione della medicina generale”.

L’esercizio della professione di medico di medicina generale è vincolato dalla normativa europea al possesso di un titolo attestante una formazione specifica in medicina generale (Art. 7 Direttiva 86/457/CEE , Art. 36 Direttiva 93/19/CE, Art. 29 Direttiva 2005/36/CE ). A tale normativa l’Italia deve attenersi, tanto che l’ormai famoso D.lvo 17 Agosto 1999, n. 368 che regola la formazione specifica in medicina generale italiana, altro non è se non il recepimento di una di queste direttiva: la Direttiva 93/19/CE. Il D.lvo reca in sé, infatti, l’ “Attuazione della direttiva 93/16/CEE in materia di libera circolazione dei medici e di reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli e delle direttive 97/50/CE, 98/21/CE, 98/63/CE e 99/46/CE che modificano la direttiva 93/16/CEE”. La normativa europea prevede che il titolo possa essere rilasciato al termine di un percorso di formazione specifica in medicina generale, che ogni Stato Membro è tenuto a istituire.

La normativa prevede la possibilità, inoltre, che gli Stati Membri possano decidere di rilasciare il titolo a chi abbia compiuto una formazione diversa da quella sopra citata, purché complementare, fissandone i requisiti minimi:

1) essere rilasciata da un ente riconosciuto;

2) prevedere 6 mesi all’interno di un ambulatorio MMG o dove si dispensino cure primarie;

3) comprova conoscenze di livello qualitativamente equivalente a quelle fornite dal percorso di formazione specifica in MG.

Questa possibilità, per giunta non recepita in Italia, se da una parte non limita al solo percorso di FSMG la possibilità di rilasciare il titolo di FSMG, dall’altra fissa dei paletti molto precisi sul profilo professionale di chi può esercitare la professione di medico di medicina generale. A tal proposito è utile far presente come, in Italia, potrebbe ambire a soddisfare i requisiti sopra citati solo la Scuola di Specializzazione di Medicina di Comunità e Cure Primarie e non altre Scuole di Specializzazione. Da notare come la normativa europea non parla di equipollenze, ma, negli Stati che ammettono tale possibilità, consente il rilascio stesso del titolo attestante la formazione specifica in medicina generale.

 

La specializzazione in medicina interna e titoli equipollenti sono, secondo l’ultima bozza ACN avanzata dalla Sisac, titoli sufficienti per l’iscrizione alla graduatoria regionale?

No. Questo errore interpretativo della bozza dell’ACN è stato generato ponendo l’accento sulla lettura del solo Allegato 1, in cui sono elencati i titoli utili per la formazione delle graduatorie regionali, tralasciando di precisare che le condizioni necessarie per l’iscrizione alla graduatoria regionale sono in realtà stabilite dall’Art. 17 comma 3. Tra le condizioni necessarie, infatti, si ritrova il possesso dell’ “attestato di formazione in medicina generale, o titolo equipollente, come previsto dal D.Lgs. 17 agosto 1999 n. 368 e successive modifiche e integrazioni.” Da notare che nell’ ACN 2005 in vigore, all’Art. 15 era presente la stessa condizione: “essere in possesso dell'attestato di formazione in medicina generale, o titolo equipollente, come previsto dai decreti legislativi 8 agosto 1991, n. 256, 17 agosto 1999 n. 368 e 8 luglio 2003 n. 277”. Le due scritture sono infatti equivalenti dal momento che il D.lvo 277/2003 introduce una modifica (l’introduzione del trienno al posto del biennio) al D.lvo 368/99, in recepimento della Direttiva 2001/19/CE. Per i motivi sopra esposti, titoli equipollenti per esercitare la professione di medico di medicina generale non esistono.

Rispetto al precedente ACN, tuttavia, si registra un maggior peso dato ai titoli di specialista in medicina interna/equipollenti e affini a questa disciplina, che passano rispettivamente da 2 e 0,5 punti a 4 e 2 punti. Ciò vuol dire che chi possiede già un titolo di formazione specifica in medicina generale, ma ha al contempo una formazione specialistica ricevuta nelle discipline sopracitate, vedrà pesare maggiormente in graduatoria rispetto al passato la propria formazione specialistica. La scelta può essere discutibile, ma si tratta di un bagaglio culturale che la Sisac ha ritenuto opportuno valorizzare. L’aver aumentato il peso di tali formazioni specialistiche, senza necessità di scomodare tesi complottiste, dovrebbe far riflettere sul fatto che evidentemente il titolo di specialista in tali discipline viene ritenuto, rispetto al passato, indice più affidabile di garanzia della qualità del professionista. Più che un tentativo di valorizzare la specializzazioni in medicina interna con le sue equipollenze e affinità, ci chiediamo se questo non rappresenti un’accresciuta sfiducia nel valore della formazione fornita dai corsi di formazione specifica regionali e, pertanto, un segno da interpretare in modo diametralmente opposto di chi vede nei corsi regionali una “difesa” della medicina generale.

 

Se per esercitare la medicina generale è necessario un titolo di formazione specifica in medicina generale perché i medici abilitati entro il ’94 possono esercitare la professione di medico di medicina generale?

I medici abilitati prima del 1 Gennaio 1995 possono esercitare la medicina generale in virtù del diritto acquisito. Anche questo aspetto non dipende dalle norma italiana, bensì dalla stessa normativa europea (Art. 7 Direttiva 86/457/CEE , Art. 36 Direttiva 93/19/CE, Art. 29 Direttiva 2005/36/CE ) e stabilita nella nostra normativa nazionale all’Art. 30 del D.lvo 368/99. L’interpretazione attuale del diritto acquisito, particolarmente generosa, lascia sostanzialmente la possibilità a tutti gli abilitati entro il 1 Gennaio 1995 di accedere alla medicina generale (CLICCA QUI per saperne di più)

 

Se per esercitare la formazione specifica in medicina generale è necessario un titolo di formazione specifica in medicina generale, perché i medici abilitati non in formazione possono esercitare la medicina generale anche senza FSMG?

In realtà questa è un’anomalia Italiana. Il motivo è da ricondursi verosimilmente ad un’interpretazione molto lassa della normativa europea, come stabilita all’Art. 29 Direttiva 2005/36/CE, limitandone l’applicazione solo al fine dell’iscrizione alla graduatoria regionale e quindi al convenzionamento. Sebbene con qualche debole accenno (vedi Art 37 comma 3 dell’ACN in vigore), un’interpretazione stringente della normativa europea non sembra essere stata posta tra le priorità delle precedenti contrattazioni dell’ACN. A causa di ciò, inoltre, durante il corso di formazione specifica in medicina generale i corsisti non solo non vengono impiegati come gli unici medici a poter esercitare la professione di medico di medicina generale in assenza di attestato di formazione specifica in medicina generale, ma si vedono sistematicamente scavalcati da colleghi non in possesso di titolo di formazione specifica in medicina generale (CLICCA QUI per saperne di più).

 

Se la formazione specifica in medicina generale diventa una specializzazione il mio titolo non avrà più valore?

Come detto sopra, per esercitare la professione di medico di medicina generale è necessario essere in possesso di un attestato di formazione specifica in medicina generale. Il Diploma di Formazione Specifica in Medicina Generale conseguito a seguito di un corso triennale è e rimarrà uno di questi titoli. A tal proposito non tutti sanno che in Italia esistono già altri tre titoli, precedenti a quello rilasciato attualmente dai corsi triennali (D.lgs 17 Agosto 1999, n. 368 e D.lgs 8 Luglio 2003, n. 277) , che attestano una formazione specifica in medicina generale: 1) Attestato di compiuto tirocinio teorico-pratico per la formazione specifica in medicina generale (L. 8 Aprile 1988, n.109); 2) Attestato di formazione specifica in medicina generale (D.Lgs 8 Agosto 1991, n.256); 3) Diploma di formazione specifica in medicina generale (corso biennale; D.lgs 17 Agosto 1999, n. 368). Quindi i titoli di formazione conseguiti continueranno ad avere lo stesso valore che possiedono attualmente.



Se la formazione specifica in medicina generale diventa una specializzazione la formazione dei futuri medici di medicina generale avverrà negli ospedali anziché sul territorio?

Come già ripetuto la formazione specifica in medicina generale è una specializzazione in molti Paesi europei, senza che ciò implichi che tale formazione avvenga solo negli ospedali. Domina l’idea che debba esistere necessariamente un’identità tra Università e Ospedale, senza far notare che tale identità è essa stessa un prodotto culturale dell’evoluzione storica della formazione medica, conseguenza dell’ospedalo-centrismo che ha caratterizzato la medicina e di conseguenza la formazione medica. Oggi, tuttavia, sappiamo che la medicina richiede una riconversione verso il territorio e pertanto è giunta l’ora che gli enti e le istituzioni dedicati alla formazione escano dagli ospedali e che al contempo il territorio sappia diventare un centro della formazione medica, sia pre-laurea che post-laurea.



Il richiamo al Medico di Cure Primarie è un chiaro riferimento alla volontà di aprire ad altri specializzazioni la medicina generale.

Il termine medico di cure primarie risulta utilizzato nella bozza di ACN per indicare, nel ruolo unico, indistintamente il medico a ciclo di scelte e il medico ad attività oraria. Su questo termine sui social si è assistito alle più fantasiose ideazioni, facendo leva sul fatto che tale termine è presente nel nome della Scuola di Specializzazione proposta come percorso specialistico per la FSMG dalle Regioni. Appare peraltro singolare osservare come nel precedente ACN si usasse il termine medico di assistenza primaria senza che questo generasse particolari reazioni. Dal momento, inoltre, che cure primarie e assistenza primaria sono in Italia sinonimi, è verosimile che, essendo il termine medico di assistenza primaria già stato utilizzato in passato, al fine di non generare confusione, si sia semplicemente preferito il termine cure primarie.

Preoccupano per altro vedere in più commenti come le cure primarie/assistenza primaria sia spesso identificata con la sola figura del medico di medicina generale, mentre teniamo a ricordare come l’assistenza primaria/cure primarie altro non sono che l’universo al cui interno si colloca anche la medicina generale.

 

Invitiamo i colleghi a prendere personalmente visione dei riferimenti normativi riportati al fine di non cadere preda dei timori che si sono propagati nella rete. Ci auguriamo inoltre che possa aprirsi una discussione seria sul tema dell’evoluzione della formazione specifica in medicina generale, che permetta ai corsisti di farsi un’idea non condizionata sulle opportunità e sui limiti di tale evoluzione.

Il Dipartimento di Medicina Generale del SIGM sostiene la proposta delle Regioni di istituire un percorso specialistico per la FSMG che nasca dall’incontro dell’unica esperienza universitaria dedicata alle cure primarie, l’attuale Scuola di Medicina di Comunità e Cure Primarie, ma prevedendo al contempo la valorizzazione del bagaglio esperienziale dei Corsi regionali. La proposta, prendendo le mosse dalla Scuola di Medicina di Comunità e Cure Primarie, ne prevede la ridefinizione dell’ordinamento didattico, della durata, dei criteri e degli standard per l’accreditamento delle strutture della rete formativa mediante un accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni. In tale sede è prevista l’individuazione delle modalità per la valorizzazione e l’inclusione nel processo formativo del patrimonio esperienziale delle scuole regionali di medicina generale. La proposta prevede il coinvolgimento del MIUR nella definizione dei protocolli di intesa al fine di disciplinare le modalità del rapporto di collaborazione per la formazione specialistica dei medici di medicina generale. Se ben guidato questo processo rappresenterebbe in sostanza l’evoluzione e riqualificazione delle reti territoriali dei CFSMG, consentendo tuttavia alla formazione in medicina generale di assumere lo stato di Scuola di Specializzazione con tutte le conseguenze in termini di accesso alla ricerca e promozione della cultura delle cure primarie che questo può comportare, sia nella formazione post-laurea che pre-laurea.

Consci che l’evoluzione in percorso specialistico non risolverà in automatico i problemi della formazione specifica in MG, crediamo che tale passo getterà le premesse affinché questo processo prenda finalmente il via anche in Italia, dopo 20 anni di sostanziale ristagno. Crediamo inoltre che il riconoscimento accademico della formazione specifica in medicina generale possa rappresentare un’importante occasione di valorizzazione dell’intera Medicina Generale, tanto più proficuo quanto la Medicina Generale saprà guidare con coraggio tale processo, anziché ostacolarlo per attendere casomai, in un futuro non troppo lontano, di dover ricorrere frettolosamente ai ripari se il cambiamento verrà imposto dalla Comunità Europea.

 

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